“The Amazing Spider-Man” – Recensione di Anthony Stark

Dopo appena un lustro, la Sony ha deciso di “reboottare” Spider-Man, invece di proseguire con un quarto capitolo che si stava facendo di complicata riuscita.

Ha affidato la regia al quasi esordiente Marc Webb (500 giorni insieme), cercando di dare una rinfrescata alla saga che con il terzo capitolo di Sam Raimi, si era arenata pericolosamente. Il lavoro del regista statunitense è di quelli difficili, e gli ostacoli si sono subito notati.

Girare un film sulle origini di un personaggio cosi iconico e con alle spalle un film di successo come quello del 2002 era pieno di insidie e si poteva cedere alla tentazione di un “remake”. Purtroppo è andata così. Un pò involontariamente, le origini di Spidey sono quelle, e un pò creando delle suggestioni, come nella scena finale sotto la pioggia, e infine creando delle forzature per evitare dei fastidiosi deja-vu, come nella scena della morte di zio Ben.

Ma la delusione più grande viene proprio da quello che ritenevo il punto di forza del regista, e cioè nella storia d’amore dei protagonisti. Sicuramente c’entra anche la mancata alchimia tra i due attori, che non riescono a creare nessuna empatia con il pubblico, e d’altra parte le scelte forzate di Webb per farli sembrare due adolescenti (vedi scena sulla terrazza).

Altro punto a sfavore è la caratterizzazione di Peter Parker. Dove è finito lo sfigato che leggevo sulle tavole di Dikto e Lee; qui è mancato proprio da questo punto di vista, facendolo diventare un geek (termine per determinare quei ragazzi genialoidi e un pò timidi), ma lontano dai sfigati che conosco. Per capire cosa intendo, basta vedere una scena dove Peter segue due veri sfigati che parlano di Spidey e della forza di inerzia. Garfield ci sta fisicamente come Parker, ma manca di quella empatia che trasmetteva Maguire nei primi due film della vecchia trilogia, per assurdo sta meglio nei panni di Spider-Man, e lì mi ricorda molto l’eroe che tutti noi ragazzini abbiamo letto.

Parlando delle altre interpretazioni, trovo sopra la sufficenza quella Rhys Ifans, il suo Lizard/Connors riesce a trasmettere il malessere dell’uomo nell’essere monco ad un braccio; e la migliore, quella di Martin Sheen, che riesce a diventare un uomo comune, con degli alti ideali che cerca di trasmettere a suo nipote. Le altre poco sufficenti, come quella di Sally Field che fanno rimpiangere la vecchia zia May (Rosemary Harris).

In generale trovo il secondo atto il migliore, quello che parte quando comincia a disegnarsi il costume e a costruirsi gli spara-ragnatele, fino a quando scopre che il lucertone che va in giro per NY, non è altri che il suo amico Connors. Ecco in questa parte ho trovato diversi collegamenti al fumetto (i movimenti di Spidey, la sua ironia, il primo scontro con Lizard), mentre il primo è il peggiore, trovando proprio nella scena clou, invece il momento di forzatura maggiore, e il terzo è sufficente, anche se trovo anche qui la scelta finale totalmente priva di logica.

Alla fine ho trovato la scelta del reboot non azzeccata, ma valida solo in un senso che una scena in particolare vi farà capire.

Articolo a cura di Anthony Stark

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