“The Amazing Spider-Man” – Recensione di Fabioisanhero

La vita di The Amazing Spider-Man non è facile. E non lo sarà mai. Perchè? Perchè è un reboot di una trilogia che, seppur imperfetta, si è fatta amare da milioni di persone che ora, giustamente (o ingiustamente?), non guardano di buon’occhio questo film a priori. Proprio perchè non c’è Sam Raimi o non c’è Tobey Maguire, quindi è da condannare a priori perchè è “indegno” e l’unico Spider-Man cinematografico sarà solo e sempre quello di Maguire. Sicuramente la scelta (azzardata ma comprensibile, vista la scadenza dei diritti dietro l’angolo) di reboottare il franchise solo dopo cinque anni l’uscita di Spider-Man 3 è discutibile ma se vi dicessi che questo è “il vero film di Spider-Man che tutti stavano aspettando nel lontano 2002?”.

Purtroppo i paragoni vengono da soli e mi troverò a farli per il resto della recensione, anche se The Amazing Spider-Man è un prodotto a sè stante come, ora, nessuno ha l’idea di mettere a confronto il Batman di Tim Burton e quello di Christopher Nolan: due visioni differenti, due modi di interpretare il personaggio. Lo Spider-Man di Sam Raimi era piuttosto personale, in bilico tra il supereroe patriottico e il dramma sentimentale, fedele solo in superficie (solo il primo è quello più fedele rispetto agli altri); questo di Marc Webb è una trasposizione piuttosto fedele del fumetto originale di Stan Lee Steve Ditko con una spruzzatina di Ultimate (cosa che succede a tutti i film Marvel da anni a questa parte) e piccoli cambiamenti dovuti più al fatto che c’è già il film di Raimi all’attivo più che per “stravolgiamo le cose”.

Su questo lato, infatti, i puristi non dovrebbero lamentarsi. Peter Parker è uno sfigato che ama fare fotografie, primo della classe, un genio che sa costruirsi degli spararagnatele per dondolarsi qua e là tra i grattacieli, un pò malinconico e timido con le ragazze. Quando è Spider-Man inizia a sentirsi uno sbruffone che fa battute e “giocherella” con il suo avversario di turno. C’è Gwen Stacy come prima ragazza, c’è Lizard con il volto schiacciato e umanoide come nelle prime vere storie disegnate da Steve Ditko. Persino il piano di Lizard è identico a quello del fumetto e persino Flash Thompson, una figura importante nel fumetto, tralasciata da Raimi nel film del 2002, qui è sviluppato a dovere e affronta un’evoluzione. Insomma è fedelissimo al fumetto dove l’altro firmato Raimi peccava.

Cosa cambia? Cambia il morso del ragno (qui integrato alla storia) perchè altrimenti era troppo “sensazione di deja-vù”, c’è la zia May un pò più giovane in linea con quella Ultimate anzichè quella classica (ma caratterizzata più come quest’ultima che come quella Ultimate), non c’è la frase “da grandi poteri derivano grandi responsabilità” (sempre per non provocare troppo l’effetto deja-vù) e Peter è più uno sfigato anni 2000 rispetto al Peter sfigato anni ’60.

Insomma la fedeltà c’è, e anche molta. E Marc Webb, complice anche una sceneggiatura scritta in modo ottimo, riesce a fornire allo spettatore una versione completa delle origini di Spider-Man anzichè portare Peter immediatamente all’età adulta come nel film del 2002 passando dalle “origini” ad eroe affermato. Qui seguiamo passo dopo passo la nascita del supereroe, le sue prime mosse, le sue prime avventure. La sua origine. Ed è qui che rientra il primo problema: il villain. La scelta del villain, Lizard, assolutamente ottima su carta, non è buona però su schermo: il suo ingresso arriva in ritardo e non fa presa sul pubblico. E’ come se il villain fosse inserito solo perchè “Spider-Man deve combattere qualcuno nel film”, in un film praticamente incentrato solo sulle origini del personaggio e sulla sua evoluzione. Rhys Ifans ce la mette tutta ma è in parte a metà: il villain risulta piuttosto debole e la CGI non eccelsa. Peccato.

Peccato anche per le scene d’azione che, gestite in maniera buona, e soprattutto molto più credibili di quelle “troppo CGI” di Raimi, sono spesso risolutive e brevi, lasciando l’amaro in bocca. Soprattutto non ha senso inserire 4-5 scene d’azione una dietro l’altra negli ultimi 30 minuti di film per restringere i tempi. Ed infatti il terzo atto, quello conclusivo, è quello che soffre di più. Fino all’ora e 15 abbiamo assistito ad un film bello, senza tempi morti e caratterizzazioni nonchè evoluzioni eccelse. Poi tutto viene tirato via e assistiamo ad un finale davvero non al livello di tutta la prima parte. Peccato anche qui.

Per il resto il cast è in parte. Andrew Garfield è Spider-Man. Non c’è nient’altro da dire. Garfield interpreta il Parker dei fumetti, dà vita al personaggio cartaceo. S’impegna, si diverte, ci tiene. E si vede. Parlando di film Marvel recenti non vedevo un casting cosi azzeccato dai tempi di Robert Downey Jr. come Tony Stark e Tom Hiddleston nei panni di Loki (anche se ho apprezzato molto anche il Bruce Banner di Mark Ruffalo). Incantevole e bravissima Emma Stone nei panni di Gwen Stacy cosi come convince il capitano tutto d’un pezzo George Stacy, svecchiato anche lui come in Ultimate, e interpretato da Denis Leary. Ottimi anche la zia May di Sally Field e, soprattutto, lo zio Ben di Martin Sheen che qui ha un ruolo decisamente più ampio e meglio scritto rispetto alla precedente incarnazione cinematografica.

Webb riesce, cosi, a fornire una prova più che buona convincendo con una regia fresca e dinamica, meno poetica di quella di Raimi ma sicuramente più moderna. La fotografia colpisce, cosi come colpiscone l’ottima CGI riguardante il personaggio di Spider-Man e le numerose scene acrobatiche e stunts reali che danno un tocco di realismo e convincono di più di quelle di Raimi. Score di James Horner cosi e cosi: si fa sentire, piacevole, ma il tema di Danny Elfman era di un altro pianeta. Scenografie eccelse: stupisce la Oscorp Tower. Molte scene brillanti, gag riuscitissime, battute efficaci, momenti geniali (il Parker che testa i suoi poteri sulle note di ‘Til Kingdom Come dei Coldplay) e dialoghi scritti decisamente molto meglio rispetto a quelli troppo da WTF? del film del 2002 (ricordo il “Sei tu che sei fuori, Goblin…Fuori di testa!”…Perchè, Dio, perchè?).

In definitiva chi è un vero fan di Spider-Man non potrà non amare il film. Sicuramente molto più di quello del 2002 che  rimarrà comunque nel cuore di ognuno di noi, con molto affetto. Ma è indubbio che, seppur abbia qualche difetto, questo è il film che rende giustizia al personaggio e che finalmente spiega anche molte cose (tipo “come si cuce il costume?”. Qui si vede ed è plausibile, e si spiega perchè il costume è diverso…E’ fatto in casa. Quello del 2002 Peter doveva averlo acquistito dalla Marvel stessa perchè era impossibile da replicare in casa!). Come per tutti i reboot anche questo avrà una schiera di detrattori che lo odieranno (ma più a priori per affetto nei confronti di Raimi&Co.), ma i veri fans riconosceranno Spider-Man dalle prime immagini del film. Da quando è un bambino seduto sulle scale di casa sua a giocare a nascondino.

SPOILER DA QUI:

Qualche piccolo spoiler ve lo lascio. Non lasciate la sala subito dopo la fine perchè a metà dei titoli di coda c’è una scena aggiuntiva.

Viene mostrato il Daily Bugle ma Peter è ancora troppo giovane per lavorarci, anche se ci prova nel film!

Il finale è ottimo (intendo il finalino). Peter evolve, cresce poco a poco, prende responsabilità.

La questione dei genitori rimane irrisolta (ce la porteremo avanti per tutta la saga) cosi come Peter non riesce a trovare l’assassino di suo zio (altra questione irrisolta che ci accompagnerà almeno fino al prossimo sequel!).

La scena in cui Peter si sveglia la mattina dopo il morso e non sa controllare la propria forza vale tutto il film. Scena ottima che centra il tono del personaggio.

Stan Lee: il suo cameo è il migliore mai fatto fin’ora. Da urlo.

In definitiva mi è piaciuto. Per il resto andate in sala a vedervelo.

Articolo a cura di Fabioisanhero

 

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